In My Drope 9

In My Drope

IO HO CAMBIATO LA STORIA, SONO GIORGIO.

IL SUO NOME è Giovanni Giorgio, ma tutti lo chiamano Giorgio, come nella teatralizzazione dei Daft Punk, che hanno voluto erigergli un monumento per l’adorazione ma poi perché l’hanno sempre visto “come un grande enigma”. Moroder ha fatto della sua extraterritorialità, Alto Adige, Sud Tirolo, la premessa per giochi genetici rutilanti, ricreare in Europa la black music respirata nei dischi della Motown, nel Philly sound e nella disco con un Frankestein come Donna Summer e con la azione da guerriglia sonica della Munich Machine, sfruttare gli stereotipi italiani apparendo nei ’70 baffuto stile Alfasud lui di Ortisei, la sua italianità pure tipica ma di respiro, di mondo, cosmopolita, e quindi l’approdo americano, verso l’industria hollywoodiana, le colonne sonore, il progetto di una musica che esce da sé stessa e diventa immagine, la comprensione violenta degli ’80, e poi la gestione aristocratica dei suoi traguardi, un paio di decenni abilmente di retrovia, la febbre che intorno a lui nel frattempo cresce esponenzialmente, oggi esplodendo nel tributo daftpunkiano, nella Repertoire che fa uscire una serie golosa di ristampe e raccolte, lui che si schermisce e dice di non essere mai stato così richiesto.

Nella abissale fondazione-voragine settantasettina I Feel Love, la voce-utero di Donna Summer violentata dalla più offensiva scossa elettronica di tutti i tempi, moroderiano diventa storicamente una sorta di graffio punk, agevolato dalla naturalità spiccia e animalesca del gesto, confermato dallo stesso Giorgio quando in una conferenza organizzata a Ibiza un nerd gli chiese come aveva forgiato quel suono incredibile, e lui (all’italiana) mimò ridendo il gesto di pigiare vigorosamente un bottone, era un suono e l’ho trovato, niente di che si schermiva ancora. Ma guardandolo da vicino moroderiano si rivela sfaccettata wonderland sonica dove la supervisione del grande artigiano italico diventa propulsione di una gara di musica totale, solo incidentalmente dance o di corredo visuale. Un processo guidato con la stazza dell’architetto di mondi, dell’artista rinascimentale, il grande timoniere che dalla gavetta canzonettara dei ’60 attraverso l’incontro con i sintetizzatori dei ’70 e la messa a fuoco di un cantiere di lavoro personale, fino alle commissioni hollywoodiane degli ’80 e l’influenza sulle evoluzioni della dance, da house e techno a quanto seguirà, ha sempre veicolato un’idea di suono che mentre si compie non ha ambizioni particolari se non un contingente standard qualitativo e la competitività industriale, ma la magia che viene a compiersi è proprio lì dove l’assenza di ambizione artistica si sublima in un rovesciamento del gesto musicale, che diventa senso sonoro sopra l’arte, demolendo al di là degli steccati di genere i canoni borghesi della musicalità e conquistando il potere. Il basso? Anche incidentalmente un punto dove si parte per puntare l’alto ma soprattutto un’inevitabile piega del linguaggio, che si esprime sovente in un mix apparentemente incestuoso ma naturalissimo tra radicalità e comunicazione popular, oltre che un tic necessario dell’arte di vendere i dischi.

Ho scoperto che quando si parla di Giorgio Moroder si può dare credito alle leggende. Per esempio: ha inventato Donna Summer ma non sa suonare bene; “Love To Love You Baby” è nata per fare da colonna sonora a un’orgia; per anni è andato in giro vestito di pelle (pantaloni di pelle nera, cravatta di pelle rosa, golfino bordato di pelle beige); coi soldi fatti con le colonne sonore di Flash Dance, Top Gun, American Gigolò, Scarface si è preso una villa a Los Angeles di soli marmi e tappeti bianchi; Brian Eno durante le registrazioni di Heroes fece ascoltare “I Feel Love” a Bowie e gli disse: «Questo è il suono del futuro»; non è mai andato in discoteca, solo una volta è entrato nello Studio 54 a New York e si è annoiato. Poi due anni fa i Daft Punk gli hanno fatto raccontare la sua storia in un pezzo di RAM (“Giorgio by Moroder“), l’album più ballato vituperato osannato degli ultimi anni, e Moroder a 72 anni ha smesso di fare le parole crociate e ha iniziato a fare il dj, suonando a Tokyo Amsterdam Los Angeles.