In My Drope 4

In My Drope

Il jazz è lasciare che la luce brilli, non cercare di accrescerla – lasciarla essere. (Keith Jarrett)

Dopo l’emancipazione (1865) la musica nera esplose: gli artisti neri irruppero nel minstrel showdandogli nuova linfa; dilagarono corali nere in trascrizioni colte di spirituals, compositori e concertisti neri (James Postlewaite, Blind Tom, Blind Boone, John Douglass). Prese vita una nuova forma, promettente fin dall’inizio, il blues. Ma la reazione razzista ricacciò tutti i neri nel ghetto: non liberi artisti, ma giullari dell’uomo bianco. La loro musica poté così circolare solo in bettole, bordelli, o in ambiti “minori”. Verso il 1895 la fusione tra musica nera colta e popolare generò a Saint-Louis il ragtime.

A New Orleans, un ulteriore incrocio produsse il jazz, che in origine era ragtime per banda con abbellimenti improvvisati. E’ quindi New Orleans ad essere la patria indiscussa del jazz. Non per niente la città ha uno dei soprannomi più belli, The Big Easy, che, azzardando una traduzione, può suonare in italiano proprio come “la città facile” o “la grande rilassata”, al contrario delle metropoli del Nord, attive fino alla frenesia, ma spesso chiuse. New Orleans nei primi anni del 1900 aveva già consacrato diversi King of jazz”: gente come il leggendario Charles Buddy BoldenBunk Johnson e, soprattutto, il trombettista Joseph “King” Oliver (è lui che scoprì e lanciò Armstrong). Tuttavia il primo disco di jazz (1917) viene inciso per caso da un quintetto di bianchi, l’Original Dixieland Jazz Band. Dal 1923 la discografia jazz si fa più ricca e ci mostra l’espansione del jazz a Chicago, New York, Kansas City; mentre New Orleans, abbandonata dai suoi eroi, si impoverisce.

 

E’ questo il periodo classico del jazz. Con Louis Armstrong (trombettista, i cui assolo arditi e il canto rauco ne fecero l’idolo del pubblico nero e dei musicisti) e Sidney Bechet il jazz di New Orleans tocca il culmine e muore, trasformandosi in uno stile nuovo, più solistico e aggressivo. La Crisi del 1929 spazza via tutto; ma il jazz sopravvive, quasi di nascosto: durante la Depressione (1930-34) emerge Duke Ellington, il più grande compositore jazz. La ripresa economica apre le porte alla rinascita del jazz, ora chiamato swing (decennio 1935-1945). Sull’onda del successo del bianco Benny Goodman il jazz conquista platee mondiali, in una forma orchestrabile ballabile.

Ridotto infine a meccanico ingranaggio di danza, lo swing viene seppellito dal bebop, uno stile decisamente nero, aspro, ribelle e tumultuoso, creato da grandi solisti come Charlie Parker (sassofono), Dizzie Gillespie (tromba), Bud Powell (pianoforte) e Thelonious Monk (pianoforte). Il bebop, stile capriccioso, inorecchiabile, di enorme difficoltà esecutiva, basato su ritmi intricati e melodie tortuose, si connotò subito come una musica ribelle, protestataria, intesa da pochi iniziati.

 

Con il bebop, il jazz diventa musica di puro ascolto e perde molto del suo pubblico, che preferisce cantanti melodici (Frank Sinatra) o il rhythm and blues (genere di musica afroamericana popolare, cittadina, dal ritmo marcato e ballabile, cantata con inflessioni blues).

In questi anni intensi, dal bebop si distaccano varianti più bianche e intellettuali; l’interesse del pubblico si riaccende nel 1952 grazie al bianco Gerry Mulligan (sassofono), la cui musica moderna e originale, entra in tutte le case. Tuttavia, dal 1955 la voga del rock and roll fa del jazz la passione privata di un’élite di cultori borghesi.

Il bebop si rinnova nei preziosi capolavori di John Lewis, Miles Davis e Gil Evans, approdando talora a espliciti incroci con la musica europea moderna. Intanto cresce il risentimento razziale, che dal 1956 sfocia in marce, sit-in e scontri per ottenere l’uguaglianza dei diritti. I neri si fanno più decisi, orgogliosi e consapevoli delle proprie radici culturali ed il jazz diventa lo strumento per esprimere la loro battaglia. L’ascoltatore abituato all’armonia europea resta perplesso, e il jazz vede svanire il suo pubblico, “rubato” più facile rock. Dopo il 1960 lo scontro razziale si infiamma, e con esso la musica: ben presto al free jazz si avvicinano anche Taylor, Dolphy e, da ultimo, Coltrane, che diviene leader carismatico della nuova generazione, quella dei furiosi Archie Shepp e Albert Ayler.

Ma in breve l’incendio si spegne: muore Coltrane (1967), esplode la contestazione studentesca e il rock vive la sua stagione d’oro, facendosi interprete dell’ansia di ribellione dei giovani. Nel 1969 il jazz sembra di colpo un fossile.

Miles Davis è il primo tra i grandi ad accettare il fatto, e indica la via del jazz-rock, unendo l’arte improvvisativa e la sapienza armonica del jazz con i colori degli strumenti elettrici. Nel gruppo elettrico di Davis ci sono giovani musicisti (Keith JarrettChick CoreaDave HollandJack DeJohnetteSteve Grossman) che costituiscono alcune delle stelle del jazz di oggi.

Dal 1972 il bebop e il jazz modale diventano sempre più familiari alla massa, spesso arrivata al jazz dal rock. Si diffondono i grandi festival, le scuole di jazz, i film sugli eroi del jazz. Oggi il jazz è un linguaggio internazionale, aperto a molte influenze e carico di potenzialità, ma anche esposto ai rischi soffocanti di una tradizione divenuta storia. Una serie di musicisti è ancora in piena attività e si muove lungo coordinate consolidate e tuttora vitali: è il caso del pianista Keith Jarrett, uno dei più eccezionali interpreti jazz della scena musicale contemporanea.